|
|
||||||||||||||||
|
Quest'anno, per Civitas 2000 proviamo a dire qualcosa a proposito del concetto di comunità, o meglio di quella parte del concetto che riguarda il vostro operare nel territorio. Il titolo "da territorio a comunità" e il sottotitolo "quando il territorio si fa comunità, l'andare incontro vale più del fare strada", pensiamo che possa rendere l'idea del taglio dato al lavoro. Gli altri concetti toccati sono: radicamento, territorialità, partnership, curiosità, accoglienza. Abbiamo provato a dire che il territorio inteso come cose e persone disseminate e scollegate, non è vita e neppure dà vita; da qui la necessità di parlare di comunità locale. Ma il problema vostro non è scrivere di sociologia, vostro compito è far toccare con mano cosa può essere una comunità e quale contributo potete dare al crescere della comunità; ecco allora tutti i discorsi sul far sorgere imprese cooperative sociali che nell'essere cooperative e imprese sociali che hanno radici nel territorio e sanno trovare partner, testimoniano modi di essere, fanno cultura, diffondono sensibilità, irrobustiscono l'intero tessuto sociale rendendolo più capace di essere flessibile, coraggioso e innovativo e infine accogliente verso tutto ciò che è diverso e che rende diversi. Sin qui i discorsi seri, ma non è questo il solo modo possibile per raccontare le cose; c'è anche un modo, diciamo così, più vicino al cuore, che prova a muovere emozioni; un modo che si muove comunque insieme ai "discorsi seri": ecco allora le poesie o le favole che, se sono fatte bene, vanno dritte a toccare tasti diversi. Un altro approccio possibile al concetto di "sviluppo di comunità", è l'approccio che facciamo passare attraverso il censimento reale dei bisogni, cosa possibile solamente se si creano le premesse che portano a momenti di confidenza e a rapporti di fiducia: servirebbero pagine per trattare l'argomento, noi proponiamo "Confidenza sì, Confidenza no" insieme a "Indagine & Intervento". C'è poi da dire anche qualcosa sul concetto di radicamento e nutrimento: un palo è ben piantato nel terreno e può esser lì da oltre vent'anni ma non ha radici, un albero se non si fa esploratore (curiosità), se non porta le sue radici là dove c'è nutrimento, può solo morire perché radicato in un territorio sterile (accoglienza). Per dire queste cose servono pagine intere o poesie capaci di accompagnare un uomo nel suo viaggio: "Radici" e "L'entusiasmo" sono lo strumento che abbiamo scelto. Ecco allora che i concetti radicamento e territorialità e poi curiosità e accoglienza, saltano agli occhi in tutta la loro importanza come chiavi d'accesso alla realtà locale non solo per dare continuità di risposta ai bisogni ma anche per dare credibilità al censimento dei bisogni stessi; non solo per essere radici ma per essere radici capaci di andare incontro al diverso come unica via per nutrirsi e non isolarsi.
"Sociale"
è un titolo di merito
Da
pochi anni si parla di "privato sociale" ma siamo talmente dentro la
realtà delle cose e delle situazioni, che tutti quanti diamo per scontato
di esserci da sempre. Certo, da molti anni esistono le associazioni
di pubblica assistenza, di beneficenza, di protezione civile; come da
molti anni esistono cooperative che interpretano in maniera positiva
il concetto di mutualità, mai, però, prima degli anni novanta, si era
pensato di dare anche un titolo di merito, "sociale", a chi si occupa
e a chi dà occupazione a persone svantaggiate. La prima sfida è vinta,
oggi è possibile coniugare il concetto di impresa col concetto di
solidarietà sociale; ma c'è una seconda sfida in corso, serve superare
il pregiudizio di chi vorrebbe che il terzo settore si limitasse a mettere
a disposizione solo ore lavoro. Su questo piano, nel nostro territorio,
l'Azienda U.L.S.S. n. 8 e l'intero movimento del Privato Sociale hanno
fatto molta strada, al punto tale che nessuno si stupisce più di sentir
parlare di progettualità e di partnership. È un'affermazione forte ma questo è un passaggio obbligato, un'idea fondamentale: per farsi protagonisti della propria attività occorre andare oltre la tratta delle ore, oltre la sola prestazione d'opera. Noi pensiamo che la qualità della vita del volontario, del socio che lavora in cooperativa e della persona alla quale offriamo i nostri servizi dipenda molto dalla capacità di tutti noi di avvicinare il luogo della decisione all'origine del problema. Semplice, essenziale, evidente ma possibile ad una sola condizione: chi partecipa, chi lavora, chi c'è deve riconoscersi nel progetto; ma sentire proprio un progetto è possibile solo se l'elaborazione e il continuo miglioramento è aperto al contributo di chi opera al suo interno. Sembrava che nostro destino fosse operare al margine della società, sembrava che si dovesse affidare al "terzo settore" solo il compito di eseguire senza porre domande; ma nel nostro territorio è capitato qualcosa che ha reso possibile il pensare e il fare per progetti. L'Azienda U.L.SS. n. 8 ha colto il senso di quello che stava per accadere, ne ha raccolto la sfida e si è fatta stimolo e protagonista, così alcune idee che sembravano utopia sono diventate un cammino da percorrere insieme. Per molti dei nostri utenti sembrava che tutto fosse già stato scritto ma era scritto soltanto a matita così, al loro fianco, abbiamo cominciato a correggere molte pagine; per molti dei nostri partner hanno preso corpo tante iniziative che prima di incontrarci non avevano neppure osato sognare; ed ecco ad un tratto delinearsi in modo evidente la funzione del volontariato e del privato sociale nel suo insieme: l'andare incontro vale più del fare strada. Sembra banale ma ormai è certo: ci troviamo di fronte ad una società che benché si sia evoluta tanto sul piano tecnologico è rimasta a forme pressoché primitive sul fronte del governo dell'impresa. Siamo fermi ad un modello che nulla ha a che vedere con i tempi in cui viviamo; i prossimi anni certamente porteranno grandi cambiamenti nel modo, nelle forme, nei perché dell'impresa. Le continue rivoluzioni sul fronte della Tecnologia dell'Informazione, mettono l'impresa nella necessità/condizione di affidare al lavoratore sempre più decisioni che non sono solo tecniche ma che diventano strategiche quando si tratta, ad esempio, di orientare più o meno ricchezza sul tema qualità. Negli anni ottanta si diceva che la qualità non era più data dai frequenti controlli esterni ma la si realizzava al momento dell'elaborazione dei progetti; oggi si dice che la qualità del prodotto/servizio di un'azienda è frutto di selezione continua. Così, solo con la cultura e la passione, con le motivazioni e il senso di appartenenza di ciascun lavoratore, si possono definire i criteri reali e mettere in pratica le scelte tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si può davvero fare per migliorare la qualità senza perdere l'equilibrio. Glielo dico; no, non glielo dico. Io vado là e gli sbatto in
faccia i miei diritti, Perchè nessuno viene a farmi un pò
di coraggio? Ho pagato le tasse io e per
tanti anni Noi e le imprese di produzione Occorre avere sempre presente che, per creare opportunità di lavoro reali e durature per le persone svantaggiate, è necessario: uno, avere l'adesione ideale e materiale di ogni singolo socio; due, saper suscitare simpatie nel territorio che ci circonda; tre, poter contare sulla sensibilità degli Enti Locali; quattro, saper avviare rapporti quanto mai lineari con tutti e in particolare le aziende di produzione. L'obiettivo è andare oltre la figura del subfornitore e proporsi come partner capaci di risolvere problemi; per questo non possiamo che accettare la sfida continua a migliorarsi; per questo ragioniamo a "libri aperti" offrendo il massimo della flessibilità. Sappiamo, però, che c'è ancora dell'altro, infatti occorre recuperare produttività sui tempi standard per coprire alcuni costi che nessuno vuol riconoscere pur essendo collegati al concetto stesso di decentramento: affitti dei locali, trasporti, carico e scarico, scompensi organizzativi, collegamenti e comunicazione, spese generali. Investire in intelligenza applicata è la sola strada possibile per recuperare produttività: più cultura, più conoscenza, più competenza per trovare nuove soluzioni, per sviluppare nuove attenzioni e per inventare nuove macchine, là dove serve. Il
lavoro come sfida all'intelligenza Investire in intelligenza non ci crea problemi perché è parte del nostro patrimonio genetico; infatti per poter usare il lavoro come strumento capace di ridare dignità occorre farlo intendere, comprendere e vivere non come prova di forza ma come sfida all'intelligenza di ciascuno. Mettere in mostra continuamente gli stimoli che da esso derivano e le risposte che insieme si danno, abitua ad "usare la testa" nella vita di tutti i giorni e aiuta, non poco, a migliorarsi. Oltre non possiamo andare, non sapremmo neanche come fare: missione delle imprese sociali non è fare utili ma inserire nel lavoro persone socialmente deboli; sappiamo che per fare questo occorre essere molto forti e molto capaci, sappiamo che "giochiamo" sempre fuori casa, che facciamo "cose dell'altro mondo". Esiste un'etica del decentramento produttivo? I subfornitori sono un patrimonio per le aziende? Noi pensiamo di sì; a nostro avviso non c'è alternativa: decentramento ed etica debbono muoversi insieme. Noi proponiamo che i conti tornino per tutti, che ciascuno faccia bene il proprio lavoro: non possiamo permetterci di impoverire questa realtà sociale che ha già tanti problemi di suo, obiettivo è trovare il modo di spendere l'intelligenza di tutti per arrivare a fare pari. Certamente, nel portare avanti il nostro compito, potrà esserci d'aiuto la legge, 12 Marzo 1999 n. 68, che stabilisce le "Norme per il diritto al lavoro dei disabili" ma sappiamo tutti che le leggi funzionano davvero se l'insieme della società si prende la responsabilità di ciò che la legge impone, diversamente le scappatoie, col tempo, diventano regola.
Ci siamo guadagnati col lavoro il diritto di far parte del processo di decentramento industriale e produttivo, e veniamo misurati sulla capacità di fare produzione e di far quadrare i bilanci; ma facciamo anche parte del progetto sociale di interesse collettivo all'interno del quale alcune cooperative sociali, in particolare quelle di tipo B, si collocano nella fase ultima del percorso: là dove si lavora senza rete, senza paracadute. Ecco perché, fuori da ogni logica assistenziale, ci rivolgiamo non solo alle imprese ma anche agli Enti del territorio: per migliorare abbiamo bisogno anche di lavori che ci permettano di diversificare le possibili occupazioni dei soci svantaggiati. A volte si costruiscono progetti insieme sin dalle prime idee, sin dai primi momenti; altre volte non è possibile proporsi come partner sia sul piano operativo, sia sul piano economico, sia sul piano sociale: serve tempo per conoscersi, c’è un percorso da seguire, in alcune situazioni occorrono anche anni di lavoro per far sì che ciascuno riesca a venire a conoscenza dei limiti e dei punti di forza dell’altro. Fare qualità, essere efficaci, ragionare sui fatti, non buttare denaro sono risorse, sono modi di essere, filosofie di lavoro e logiche guida delle imprese sociali. Tutto questo riesce ad essere d’aiuto anche per gli Enti che ci affidano lavori, perché le attenzioni che vengono prestate alle persone generano fiducia e voglia di fare cose insieme, perché anche le piccole attenzioni dedicate alle cose di tutti i giorni, impedendo ad un ambiente di perdere decoro e dignità, mettono voglia di fare e migliorare. Essere sempre più partner economico e progettuale con l'Ente pubblico per la realizzazione di nuovi servizi è certamente la strada maestra per andare incontro al futuro; questo è quanto abbiamo maturato in questi anni di lavoro insieme tra Azienda U.L.S.S. e Privato Sociale del territorio. Altre
imprese a vocazione territoriale Una sensibile e quanto mai reale vocazione territoriale a volte permette di vivere insieme un percorso che porta da una prima intuizione alla realizzazione di un progetto significativo per la comunità e fa sentire partner capaci di andare oltre i singoli episodi. Succede così di diventare insieme punto di riferimento per chi vive in prima persona, o vive vicino, a condizioni di disagio. Pur operando in campi diversi e pur avendo dimensioni altrettanto diverse è possibile realizzare insieme dei progetti di valore sociale, ciò che conta è trovare momenti d'incontro nel significato delle cose che si fanno. Di fatto tutti noi operiamo per un progresso reale quando orientiamo ricchezza verso uno sviluppo che sappia coniugare tempo e sentimenti, etica ed economia, valori e denaro. Ecco allora che il discorso porta diretto alle banche locali ancor prima che a chiunque altro, infatti è parte del loro progetto istituzionale adoperarsi per generare progresso all'interno della comunità in cui operano. Il nostro lavoro è certamente più semplice del loro; perché sono gli imperativi categorici, dovuti alle diverse emergenze, ad imporci di rimanere coi piedi per terra anche quando progettiamo cose che nessuno prima di noi ha osato pensare. Il lavoro delle banche locali è certamente più difficile del nostro, perché favorire progresso reale, dipende da una grandissima capacità di immaginare un futuro praticabile e possibile per la propria comunità; ma è proprio qui che la banca esprime tutte le sue potenzialità e di fatto si fa banca etica più di qualsiasi altra.
L'Azienda U.L.S.S. n. 8 e il privato sociale ci sono con la testa e col cuore per immaginare insieme uno sviluppo dei servizi compatibile tra necessità e possibilità, tra il come fare e il perché farlo; la nostra forza è anche la capacità di lavorare con le realtà locali che condividono un'ipotesi percorribile di progresso per la comunità nella quale viviamo. Si fa presto a dire rete, un po' più complicato è costruirla e tenere duro finché i risultati non appaiono evidenti a tutti: per il pubblico e il privato sociale del nostro territorio la prima fase è già passata, i risultati si vedono in tutta la loro evidenza e la rete aggiunge valore e valori al lavoro di tutti; ed è proprio quando crescono i valori di tutto l'insieme che si comprende il buon lavoro di chi ha reso possibile e favorito il suo esistere: il privato sociale c'è, non c'è dubbio, ma l'Azienda U.L.S.S. n.8 c'è altrettanto e orienta, indirizza, fa cultura, esprime uno stile ed un modo di essere, favorisce il radicamento, aiuta a trovare nutrimento, fa sì che fatti e ideali si muovano insieme e il confronto sui valori si faccia abitudine condivisa. La rete si allarga e la cultura del lavoro utile alla società si fa momento dieducazione e di formazione mentre cresce l'identità sociale e il senso di appartenenza. Tutto questo è possibile, però, ad una condizione: che ciascuno, per la propria parte, si adoperi per dare la giusta attenzione a tutto ciò che favorisce il sorgere di imprese sociali, in modo da poter raggiungere e mantenere una dimensione tale da garantire anche una giusta visibilità del fenomeno. Nel concreto la proposta che noi insieme, Azienda U.L.S.S. n.8 e Privato Sociale, facciamo all'intera comunità è molto chiara: ragionare a libri aperti, lavorare per migliorare la vita di tutti migliorando nel concreto la vita di qualcuno, costruire insieme progetti e imprese che sappiano dare risposte ai problemi degli svantaggiati e che possano dare un futuro non precario a molti di loro. Investire per rendere autosufficiente e a volte anche produttivo, chi vive ai margini della società, svela energie nuove, crea prospettive insperate, libera risorse utili per le situazioni di disagio e di handicap più gravi, dove l'assistenza non può mancare e dove la comunità non può sottrarsi al suo compito. Di tutto questo l'Azienda U.L.S.S. si fa garante, perché costruire impresa sociale intorno ad un progetto intelligente è un bene per tutti ed è un modo per far sì che il territorio si faccia sempre più comunità.
|