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Sappiamo di avere un compito e ci diamo da fare,
Cento stelle …e tornarono a sorridere C’era una volta un Faro che guardava lontano nel mare: il suo sguardo si posava sugli occhi di uomini che facevano dell’acqua la loro terra; il suo sguardo era certezza. C’era una volta Orizzonte; volava e si posava lontano, là dove altri incrociavano i loro sguardi, le loro paure. Un giorno Faro incontrò Orizzonte e per gli uomini del mare tante paure svanirono: il presente divenne certezza, la gioia accompagnava il loro lavoro. Passò così del tempo finché un giorno gli uomini, che facevano dell’acqua la loro terra, scoprirono che Orizzonte era volato via, lontano, tanto lontano che Faro, col suo sguardo, non riusciva a raggiungerlo. Agli uomini del mare tornò la paura e disperati alzarono gli occhi al Cielo. D’improvviso scoprirono le stelle, cento stelle …e tornarono a sorridere.
Ogni intuizione,
Semino Un anno era passato da quando il Re del Sapere aveva chiesto ai suoi sudditi di portare in giro per il mondo la Foresta del Sapere. Semino era rimasto un anno intero ad osservare la foresta, non sapeva che fare: non aveva i soldi del ricco mercante, non aveva la fede del vecchio sacerdote. Così, egli si era seduto sulla cima della collina a osservare la foresta e attendendo l’ispirazione, non poteva far altro; in cuor suo, Semino pensava di essere stato chiamato a svolgere una missione superiore alle sue forze e questo lo rattristava perché era un uomo degno, che aveva sempre fatto quel che poteva con amore e diligenza; questa volta gli sembrava veramente molto. Comunque, non potendo fare nulla, si sedette sulla collina a guardare la foresta e attendere l’ispirazione… finché un giorno arrivò! Era la stagione dei frutti che cadono, Semino raccolse molti frutti, li portò nella sua piccola casa, li mise nel granaio; lì li lasciò riposare. Passò parte dell’inverno, il seme si liberò dal frutto e, quando ormai stava arrivando la primavera, Semino uscì di casa con un sacco pieno di semi, erano tutti della Foresta del Sapere e camminò e a piene mani sparse i semi del sapere, affidandoli a madre terra e a padre tempo. Fu un viaggio molto, molto lungo; arrivato alla fine, stanco, si riposò: aveva attraversato a piedi, con il suo sacco tutti i paesi che conosceva, o dei quali aveva sentito parlare e in ogni terra aveva lasciato dei semi. Giunse anche per lui l’ora di ritornare e incontrò molte persone che gli raccontavano che nei loro paesi stavano crescendo alberelli mai visti e lui, con giusta soddisfazione, diceva di “sapere” perché. La gente cominciò a chiamare queste piante sconosciute: gli alberi del sapere; e i figli dei paesi del mondo diventarono grandi insieme agli “alberi del sapere”, mangiandone i frutti. Il nostro amico Semino era molto contento del suo lavoro perché tutti i semi avevano dato qualcosa: “Chi era diventato albero e chi cibo per le formiche, nulla era andato disperso!”. Finalmente Semino arrivò al suo paese, raccontò al Re quanto aveva fatto, ringraziò per averlo chiamato ad un compito così grande, lo salutò con umiltà e tornò al suo lavoro di sempre: seminare e raccogliere.
Viviamo insieme gli stessi giorni
Nasceva la vita Lui: “massabecco*” abbandonato; credevamo fosse un semplice legno, morto da tempo; credevamo non servisse neppure più da “massabecco”: per battere il campo da bocce e farle scorrere meglio; e così finì sbattuto, abbandonato, in un angolo del piazzale, l’angolo più battuto dal vento, dimenticato da tutti, quasi deriso. Fermo, immobile, il vento lo consumava, la pioggia sembrava sconfiggerlo e il sole, giorno dopo giorno, lo inaridiva. Passarono così alcuni anni e intanto lui c’era, finché d’improvviso intorno al “massabecco”, in questo piazzale assolato e desolato, la vita prende il sopravvento. In questi anni il vento, incontrandolo, gli ha fatto dono di semi d’albero e uno, due, tre cinque pioppi, ormai più grandi di noi, hanno messo radici lì da lui, ai suoi piedi. Quello che nessuno aveva saputo fare sul piazzale desolato, a lui era riuscito; lui, “massabecco” abbandonato, aveva saputo trattenere il vento e far mettere radici a semi destinati altrove. Lui, “massabecco” abbandonato, si era preso la sua rivincita, in silenzio. Il sole giorno dopo giorno lo inaridiva, la pioggia sembrava sconfiggerlo, il tempo lo consumava, fermo e immobile com’era ma lui, ogni tanto, fermava un seme portato dal vento e ai suoi piedi, in silenzio, nasceva la vita. * “Massabecco” è un termine genovese per Mazza con due manici detta in italiano “Mazzapicchio”.
Quando i grandi si dimenticano,
Come fossi acqua “Vorrei correre veloce come te, dove vai con tanta decisione? Sicuramente hai idee e programmi ben precisi! Chi ti aspetta, perché corri tanto veloce?” L’acqua sembrava non far troppo caso alle domande di quel bimbo; finché si fermò in uno stagno e allora cominciò a domandarsi le stesse cose che poco prima gli aveva chiesto quel bimbo curioso, seduto sull’argine del torrente. Scendo, mi fermo, rallento, corro, rotolo a valle, quasi qualcuno mi spingesse verso un mare immenso che neppure conosco. Provo a ribellarmi ma nulla è possibile fare, c’è sempre qualcuno che spinge; l’ingordigia, forse, di arrivare, ma arrivare dove? Eppure io non conosco dove?” Intanto il bimbo raggiunse lo stagno e specchiandosi nell’acqua ormai ferma disse: “So io perché corri, perché hai fretta! Sei ingorda della vita ma la tua vita dov’è?” “Io non ho forma, posso solo adattarmi alle forme che incontro; Io sono come i tuoi pensieri, non ho forma in me, non ho confini in me, sono quel che i tuoi pensieri sono.” “Io vivo correndo e poi ristagnando scendendo in fretta e poi adagiandomi sul fondo di una valle qualsiasi, di un lago profondo, di un oceano infuriato, di una pozzanghera fangosa; io disegno le mie forme riempiendo i vuoti, adattandomi a forme semplici e a volte complesse, meravigliose.” “Io esisto così e tu anche, mio caro! Sarai ormai grande quando capirai tutto questo.” “Tu sei ciò che esprimi, tu esprimi il tuo pensiero: acqua stagnante, fiume impetuoso, oceano in movimento, lacrime che segnano un volto, gioia piena della luce di rugiada che fa mattina e si risveglia su un petalo di fiore di campo, su uno stelo d’erba.” “Tu sei infinitamente grande, impaziente quanto può solo essere il pensiero di un bambino che cresce, di un uomo che d’improvviso si scopre adulto e col profilo dei suoi pensieri disegna forme irripetibili, proprie dei sogni che si avverano.”
Chi vive ai margini del tempo,
Lasciare un forse a giocarmi la vita C’era una volta un pierrot, un giorno incontrò una porta, una porta come ce ne sono tante: “chissà cosa c’è dietro?” “Uno spiraglio, lasciatemi guardare anche solo da uno spiraglio!” domandò. Il pierrot si mise una mano sulla coscienza e l’ascoltò per un po’: “e se ci fosse dietro la campagna? E se ci fosse dietro una città? C’è anche chi ci vuol vedere un corpo, nudo a tutti i costi, solo un oggetto! E se bastasse cambiare punto di vista? E se bastasse avvicinarsi al buco della serratura? Per capire, intravedere, immaginare, provare a immaginare!” La coscienza era là dove il sarto aveva messo il terzo bottone, il pierrot staccò il bottone, per guardarlo di fronte, per potergli parlare più liberamente da uomo a uomo, da clown a coscienza. Ascoltami, le disse: “ho capito che ora non è tanto importante sapere cosa c’è dietro, cosa mi aspetta, cosa mi spetta; è invece importante, per me, scoprire, capire come aprire questa porta! Senti! - le disse ancora - lasciami cercare, lasciami pensare.” “E voi del pubblico non sbattetemi la porta in faccia, che già c’ho da fare con la mia!” “Chissà cosa c’è dietro? Ma non fatemi fretta, perché se ci fosse il sole, o quanto di più bello riusciamo a immaginare, oggi ne rimarrei accecato; e allora, a cosa sarebbe servita la vostra fretta? “Perché se ci fosse la luna, o quanto di più dolce riusciamo a immaginare, oggi rimarrei senza forze; e allora, a cosa sarebbe servita la vostra fretta? “E non sarebbe un peccato? Lasciare un forse a giocarmi la vita!?” “La mia, che è anche un po’ vostra!? …forse”
L’ago nel pagliaio C’era una volta un uomo saggio che aveva tre figli; un giorno disse loro: “Vi voglio mettere alla prova, metterò un chicco di grano nel pagliaio, il più brillante di tutti i chicchi, e voi dovrete trovarlo.” I tre fratelli cominciarono la ricerca ma non sapevano come fare e allora decisero di fare giocando e con molta gioia cominciarono la ricerca: fecero tantissima confusione, paglia da tutte le parti e capriole, e spinte e salti. Quando stava per venir sera e avevano ormai fame erano in fondo al pagliaio: guardarono per terra e videro un chicco, più brillante che mai. Lo presero e rimisero tutto a posto; portarono il chicco al padre e questi disse loro: “bravi, l’avete trovato e avete capito che di fronte a problemi che non si sa come risolvere non rimane che fare giocando, non rimane che lasciarsi prendere dall’ispirazione, è lei che ci porta.” Qualche giorno dopo il padre saggio disse: “Vi voglio mettere alla prova un’altra volta; avete davanti a voi la valle, qui ci sono tanti pagliai, sta a voi decidere se in uno di questi c’è il chicco di grano più brillante di tutti i chicchi, trovarlo e portarmelo.” I figlioli dell’uomo saggio discussero un po’, c’era chi diceva che il chicco non poteva essere in nessun pagliaio perché il padre, in quei giorni a letto ammalato, non aveva potuto mettercelo, ma ci fu chi disse che ci doveva essere e basta! Alla fine decisero di cercare; e poi poco importava se c’era oppure no, in fin dei conti era bello cercare, era bello giocare. Si guardarono tutt’intorno finché non trovarono un pagliaio che “gli diceva bene”, il pagliaio che per loro era il più bello di tutti: si tuffarono nella paglia buttando tutto all’aria; e capriole e spinte e salti finché non si fece sera; guardarono per terra e trovarono un chicco più brillante che mai. Ci siamo! Non sapevano più che dire tanto erano felici e si pensarono davvero fortunati; comunque avevano superato anche la terza prova. Rimisero tutto a posto, portarono il chicco di grano al padre e aspettarono che questo vecchio spiegasse loro tanta fortuna. “Non è fortuna, non è un caso, la verità è che non c’è pagliaio senza paglia, non c’è paglia senza pula, non c’è pula senza chicco, non c’è un chicco che non possa essere il vostro chicco: dipende da voi; e il vostro pagliaio è quello che per voi è il più bello di tutti” Poi aggiunse: “Non c’è nessuno senza sapere, non c’è sapere senza scuola, non c’è scuola senza maestro, non c’è maestro senza allievo, non c’è allievo senza passione; e trovare la vostra passione dipende da voi”.
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