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I Contenuti: 1998

Nel 1998 abbiamo lavorato sul concetto chiave: sensibilità; compito era far comprendere che senza sensibilità non c'è lavoro sociale. La poesia è stata lo strumento usato per dire le nostre ragioni. Inoltre per far capire il nostro modo di lavorare abbiamo sviluppato, diciamo così in secondo piano, altri due concetti: lavoro di squadra e responsabilità. I disegni e i colori di Mirò (suggeriti, scelti e impaginati dal grafico Giorgio Squarise) sono serviti per creare immagini forti da legare a concetti oggettivamente difficili per un pubblico da fiera. Il tutto (concetti, poesie e disegni) ha funzionato perché è riuscito a dare un'idea di insieme, un'idea di squadra che si muove con armonia e unità d'intenti, e perché è riuscito a stupire con "effetti speciali" relativamente poco costosi. Altro dato caratterizzante del lavoro è il non aver mai usato i termini: sensibilità, lavoro di squadra, responsabilità.


 

L’Unità Locale Socio Sanitaria n. 8

i Comuni del Territorio

i Servizi Sociali

il Piano di Zona

Sappiamo di avere un compito e ci diamo da fare,
perché chi deve contare su di noi, possa dire:
“Gli Enti del nostro territorio, quando servono,
ci sono, eccome se ci sono!”
E’ vero, ci siamo, ma non ci basta:
vogliamo ancora migliorare;
perché,
oltre i luoghi comuni, oltre i soliti modi di dire,
cercare insieme la soluzione dei problemi
è il nostro modo di essere.
Servire, capire e andar oltre:
esistiamo per questo e dobbiamo farlo sapere.

 

  • Titolo: Gli Enti Pubblici
  • Favola: Cento stelle e tornarono a sorridere

Cento stelle …e tornarono a sorridere C’era una volta un Faro che guardava lontano nel mare: il suo sguardo si posava sugli occhi di uomini che facevano dell’acqua la loro terra; il suo sguardo era certezza. C’era una volta Orizzonte; volava e si posava lontano, là dove altri incrociavano i loro sguardi, le loro paure. Un giorno Faro incontrò Orizzonte e per gli uomini del mare tante paure svanirono: il presente divenne certezza, la gioia accompagnava il loro lavoro. Passò così del tempo finché un giorno gli uomini, che facevano dell’acqua la loro terra, scoprirono che Orizzonte era volato via, lontano, tanto lontano che Faro, col suo sguardo, non riusciva a raggiungerlo. Agli uomini del mare tornò la paura e disperati alzarono gli occhi al Cielo. D’improvviso scoprirono le stelle, cento stelle …e tornarono a sorridere.

  • Commento: Cambia il modo di intendere il servizio pubblico, il modo di rendersi utile, di essere, proprio di ciascun ente; cambia, si inventa e si reinventa di continuo; provocando anche qualche spavento anche in chi avrà solo benefici da tanto cambiamento. Diceva mio nonno: “Quando sarai grande, entrando in un ufficio pubblico, ricordati che tra un milione di milioni di stelle ce n’è una accesa proprio per te; e, forte dell’esser padrone di una stella: sorridi, sorridi sempre, anche quando ti troverai di fronte l’ingenuità, a volte stupida, a volte maligna, della burocrazia .”


Il Terzo Settore

le Associazioni No Profit

le Cooperative Sociali di Tipo A

le Cooperative Sociali di Tipo B

Ogni intuizione,
ogni suggerimento,
che incontriamo sulla nostra strada,
viene raccolto, considerato
e, non di rado, fatto nostro:
così cento idee si sono fatte progetto
e altre cento si sono fatte proposta;
così è nato un sentiero
là dove abbiamo fatto i primi passi;
così si riconosce come fosse una piazza
l'angolo che ha visto l'incontro
delle nostre prime fantasie.

  • Titolo: Il Terzo
  • Settore Favola: Semino

Semino Un anno era passato da quando il Re del Sapere aveva chiesto ai suoi sudditi di portare in giro per il mondo la Foresta del Sapere. Semino era rimasto un anno intero ad osservare la foresta, non sapeva che fare: non aveva i soldi del ricco mercante, non aveva la fede del vecchio sacerdote. Così, egli si era seduto sulla cima della collina a osservare la foresta e attendendo l’ispirazione, non poteva far altro; in cuor suo, Semino pensava di essere stato chiamato a svolgere una missione superiore alle sue forze e questo lo rattristava perché era un uomo degno, che aveva sempre fatto quel che poteva con amore e diligenza; questa volta gli sembrava veramente molto. Comunque, non potendo fare nulla, si sedette sulla collina a guardare la foresta e attendere l’ispirazione… finché un giorno arrivò! Era la stagione dei frutti che cadono, Semino raccolse molti frutti, li portò nella sua piccola casa, li mise nel granaio; lì li lasciò riposare. Passò parte dell’inverno, il seme si liberò dal frutto e, quando ormai stava arrivando la primavera, Semino uscì di casa con un sacco pieno di semi, erano tutti della Foresta del Sapere e camminò e a piene mani sparse i semi del sapere, affidandoli a madre terra e a padre tempo. Fu un viaggio molto, molto lungo; arrivato alla fine, stanco, si riposò: aveva attraversato a piedi, con il suo sacco tutti i paesi che conosceva, o dei quali aveva sentito parlare e in ogni terra aveva lasciato dei semi. Giunse anche per lui l’ora di ritornare e incontrò molte persone che gli raccontavano che nei loro paesi stavano crescendo alberelli mai visti e lui, con giusta soddisfazione, diceva di “sapere” perché. La gente cominciò a chiamare queste piante sconosciute: gli alberi del sapere; e i figli dei paesi del mondo diventarono grandi insieme agli “alberi del sapere”, mangiandone i frutti. Il nostro amico Semino era molto contento del suo lavoro perché tutti i semi avevano dato qualcosa: “Chi era diventato albero e chi cibo per le formiche, nulla era andato disperso!”. Finalmente Semino arrivò al suo paese, raccontò al Re quanto aveva fatto, ringraziò per averlo chiamato ad un compito così grande, lo salutò con umiltà e tornò al suo lavoro di sempre: seminare e raccogliere.

  • Commento: Piccolo ma concettualmente corretto, non vuol dire semplice, anzi, a volte, è più complesso miniaturizzare che non proporsi senza limiti d’ingombro; per questo “piccolo ma concettualmente corretto”, può essere d’aiuto a chiunque: questa è la nostra opinione, questa è la nostra storia. Il problema non è più questo; il problema è definire di volta in volta ciò che è “concettualmente corretto”: bastasse fare, costruire e ricostruire sarebbe facile; qui si tratta di esplorare tempi e spazi mai visti e non sempre appare chiaro ciò che è il seme, l’origine, la fonte, l’inizio, il principio, il centro del centro.


Gli Anziani

Viviamo insieme gli stessi giorni
ma non lo stesso tempo,
perché diversa è l'età,
altre sono le domande e
altro è ciò che vedono,
sentono e vivono come attuale;
così il nostro lavoro si fa diverso
e i riti di ogni giorno,
le cadenze di sempre,
le piccole
cose assumono un significato inatteso:
di affetto e di certezza insieme.

  • Titolo: Gli Anziani
  • Favola: Nasceva la vita

Nasceva la vita Lui: “massabecco*” abbandonato; credevamo fosse un semplice legno, morto da tempo; credevamo non servisse neppure più da “massabecco”: per battere il campo da bocce e farle scorrere meglio; e così finì sbattuto, abbandonato, in un angolo del piazzale, l’angolo più battuto dal vento, dimenticato da tutti, quasi deriso. Fermo, immobile, il vento lo consumava, la pioggia sembrava sconfiggerlo e il sole, giorno dopo giorno, lo inaridiva. Passarono così alcuni anni e intanto lui c’era, finché d’improvviso intorno al “massabecco”, in questo piazzale assolato e desolato, la vita prende il sopravvento. In questi anni il vento, incontrandolo, gli ha fatto dono di semi d’albero e uno, due, tre cinque pioppi, ormai più grandi di noi, hanno messo radici lì da lui, ai suoi piedi. Quello che nessuno aveva saputo fare sul piazzale desolato, a lui era riuscito; lui, “massabecco” abbandonato, aveva saputo trattenere il vento e far mettere radici a semi destinati altrove. Lui, “massabecco” abbandonato, si era preso la sua rivincita, in silenzio. Il sole giorno dopo giorno lo inaridiva, la pioggia sembrava sconfiggerlo, il tempo lo consumava, fermo e immobile com’era ma lui, ogni tanto, fermava un seme portato dal vento e ai suoi piedi, in silenzio, nasceva la vita.

* “Massabecco” è un termine genovese per Mazza con due manici detta in italiano “Mazzapicchio”.

  • Commento: Il sapere di essere nel posto giusto cancella l’ansia del tempo che passa, delle cose che non arrivano; rende pazienti oltre ogni merito personale e, come per miracolo, tutt’intorno la vita si aggrega, si fa strada. Ecco spiegato il nostro fare con gli anziani: aiutarli a trovare il loro posto; due passi avanti, quando serve, ma anche due passi indietro, più di una volta, perché nei confronti dei giovani, non c’è maestro peggiore dell’anziano che non sa interpretare correttamente la parte che gli compete, che non sa stare al posto che gli è proprio.


I Minori a Rischio

Quando i grandi si dimenticano,
non riescono o forse non arrivano,
a far fronte ai loro impegni,
i piccoli rischiano di venire schiacciati;
proteggerli è compito nostro.
Creare qualcosa per loro, anche solo case di seta,
piccoli nidi o angoli d’affetto,
che sappiano accoglierli e dar loro conforto,
è questione di attenzione,
non serve neppure scomodare il cuore.
Basta poco per portare riguardo.

  • Titolo: I Minori a Rischio
  • Favola: Come fossi acqua

Come fossi acqua “Vorrei correre veloce come te, dove vai con tanta decisione? Sicuramente hai idee e programmi ben precisi! Chi ti aspetta, perché corri tanto veloce?” L’acqua sembrava non far troppo caso alle domande di quel bimbo; finché si fermò in uno stagno e allora cominciò a domandarsi le stesse cose che poco prima gli aveva chiesto quel bimbo curioso, seduto sull’argine del torrente. Scendo, mi fermo, rallento, corro, rotolo a valle, quasi qualcuno mi spingesse verso un mare immenso che neppure conosco. Provo a ribellarmi ma nulla è possibile fare, c’è sempre qualcuno che spinge; l’ingordigia, forse, di arrivare, ma arrivare dove? Eppure io non conosco dove?” Intanto il bimbo raggiunse lo stagno e specchiandosi nell’acqua ormai ferma disse: “So io perché corri, perché hai fretta! Sei ingorda della vita ma la tua vita dov’è?” “Io non ho forma, posso solo adattarmi alle forme che incontro; Io sono come i tuoi pensieri, non ho forma in me, non ho confini in me, sono quel che i tuoi pensieri sono.” “Io vivo correndo e poi ristagnando scendendo in fretta e poi adagiandomi sul fondo di una valle qualsiasi, di un lago profondo, di un oceano infuriato, di una pozzanghera fangosa; io disegno le mie forme riempiendo i vuoti, adattandomi a forme semplici e a volte complesse, meravigliose.” “Io esisto così e tu anche, mio caro! Sarai ormai grande quando capirai tutto questo.” “Tu sei ciò che esprimi, tu esprimi il tuo pensiero: acqua stagnante, fiume impetuoso, oceano in movimento, lacrime che segnano un volto, gioia piena della luce di rugiada che fa mattina e si risveglia su un petalo di fiore di campo, su uno stelo d’erba.” “Tu sei infinitamente grande, impaziente quanto può solo essere il pensiero di un bambino che cresce, di un uomo che d’improvviso si scopre adulto e col profilo dei suoi pensieri disegna forme irripetibili, proprie dei sogni che si avverano.”

  • Commento: E quando il giocattolo si sarà rotto, e qualche volta l’adulto fattosi giocattolo si rompe e non rispetta più i suoi impegni, il “minore” viene affidato a noi. Compito nostro, a quel punto, sarà ricreare una situazione qualunque, senza ricorrere al classico “ti stupiremo con effetti speciali”; sarà ripartire da una situazione resa simile a tante altre, in quanto a possibilità materiali, attenzioni e affetti ma con in più un qualcosa: il diritto riconosciuto di poter disporre dell’aiuto necessario a rimettere in moto la voglia di sognare. Certo non sarà una situazione di sogno ma proporremo una realtà/casa, una realtà/famiglia, una realtà/accoglienza capace di lasciare che si sogni, capace di permettere che si possa sognare.


I Portatori di Disagio Mentale

Chi vive ai margini del tempo,
là dove il mondo
sembra rimanere senza metro,
senza misura,
legge la realtà in modo differente;
dare l’anima per un progetto di risalita,
realizzare qualcosa per chi vede diverso,
perché abbia dove stare e dove poter fare,
è il nostro lavoro,
è dare un posto agli innocenti,
senza imporre un metro,
senza il volere di una misura.

  • Titolo: I Portatori di Disagio Mentale
  • Favola: Lasciare un forse a giocarmi la vita

Lasciare un forse a giocarmi la vita C’era una volta un pierrot, un giorno incontrò una porta, una porta come ce ne sono tante: “chissà cosa c’è dietro?” “Uno spiraglio, lasciatemi guardare anche solo da uno spiraglio!” domandò. Il pierrot si mise una mano sulla coscienza e l’ascoltò per un po’: “e se ci fosse dietro la campagna? E se ci fosse dietro una città? C’è anche chi ci vuol vedere un corpo, nudo a tutti i costi, solo un oggetto! E se bastasse cambiare punto di vista? E se bastasse avvicinarsi al buco della serratura? Per capire, intravedere, immaginare, provare a immaginare!” La coscienza era là dove il sarto aveva messo il terzo bottone, il pierrot staccò il bottone, per guardarlo di fronte, per potergli parlare più liberamente da uomo a uomo, da clown a coscienza. Ascoltami, le disse: “ho capito che ora non è tanto importante sapere cosa c’è dietro, cosa mi aspetta, cosa mi spetta; è invece importante, per me, scoprire, capire come aprire questa porta! Senti! - le disse ancora - lasciami cercare, lasciami pensare.” “E voi del pubblico non sbattetemi la porta in faccia, che già c’ho da fare con la mia!” “Chissà cosa c’è dietro? Ma non fatemi fretta, perché se ci fosse il sole, o quanto di più bello riusciamo a immaginare, oggi ne rimarrei accecato; e allora, a cosa sarebbe servita la vostra fretta? “Perché se ci fosse la luna, o quanto di più dolce riusciamo a immaginare, oggi rimarrei senza forze; e allora, a cosa sarebbe servita la vostra fretta? “E non sarebbe un peccato? Lasciare un forse a giocarmi la vita!?” “La mia, che è anche un po’ vostra!? …forse”

  • Commento: Diamo per conosciuto il fatto che ci sono dei perché che spingono a restare a letto, a rimanere in casa, ad oziare. La vita è: tempo lavoro, tempo libero, tempo perso. Per riprendere il filo del discorso di ciascuno, abbiamo scelto di partire dall’universo lavoro perché la nostra cultura è il lavoro. La società ruota intorno al lavoro: normale è il lavorare, normale è chi lavora e questo aiuta. Il lavoro non è fatto solo di produzione e produttività: il lavoro è riti e miti, gestualità e relazioni, identità e quotidianità.


Una mano aiuta, un'idea è per sempre.

Fatti protagonista del tuo film:
guardati intorno, il mondo si muove!

  • Titolo: Guardati intorno, il mondo si muove!
  • Favola: L’ago nel pagliaio

L’ago nel pagliaio C’era una volta un uomo saggio che aveva tre figli; un giorno disse loro: “Vi voglio mettere alla prova, metterò un chicco di grano nel pagliaio, il più brillante di tutti i chicchi, e voi dovrete trovarlo.” I tre fratelli cominciarono la ricerca ma non sapevano come fare e allora decisero di fare giocando e con molta gioia cominciarono la ricerca: fecero tantissima confusione, paglia da tutte le parti e capriole, e spinte e salti. Quando stava per venir sera e avevano ormai fame erano in fondo al pagliaio: guardarono per terra e videro un chicco, più brillante che mai. Lo presero e rimisero tutto a posto; portarono il chicco al padre e questi disse loro: “bravi, l’avete trovato e avete capito che di fronte a problemi che non si sa come risolvere non rimane che fare giocando, non rimane che lasciarsi prendere dall’ispirazione, è lei che ci porta.” Qualche giorno dopo il padre saggio disse: “Vi voglio mettere alla prova un’altra volta; avete davanti a voi la valle, qui ci sono tanti pagliai, sta a voi decidere se in uno di questi c’è il chicco di grano più brillante di tutti i chicchi, trovarlo e portarmelo.” I figlioli dell’uomo saggio discussero un po’, c’era chi diceva che il chicco non poteva essere in nessun pagliaio perché il padre, in quei giorni a letto ammalato, non aveva potuto mettercelo, ma ci fu chi disse che ci doveva essere e basta! Alla fine decisero di cercare; e poi poco importava se c’era oppure no, in fin dei conti era bello cercare, era bello giocare. Si guardarono tutt’intorno finché non trovarono un pagliaio che “gli diceva bene”, il pagliaio che per loro era il più bello di tutti: si tuffarono nella paglia buttando tutto all’aria; e capriole e spinte e salti finché non si fece sera; guardarono per terra e trovarono un chicco più brillante che mai. Ci siamo! Non sapevano più che dire tanto erano felici e si pensarono davvero fortunati; comunque avevano superato anche la terza prova. Rimisero tutto a posto, portarono il chicco di grano al padre e aspettarono che questo vecchio spiegasse loro tanta fortuna. “Non è fortuna, non è un caso, la verità è che non c’è pagliaio senza paglia, non c’è paglia senza pula, non c’è pula senza chicco, non c’è un chicco che non possa essere il vostro chicco: dipende da voi; e il vostro pagliaio è quello che per voi è il più bello di tutti” Poi aggiunse: “Non c’è nessuno senza sapere, non c’è sapere senza scuola, non c’è scuola senza maestro, non c’è maestro senza allievo, non c’è allievo senza passione; e trovare la vostra passione dipende da voi”.

  • Commento: Il mondo intero si muove e noi ci muoviamo con lui per questo non c’è alternativa: salire sulla giostra mentre gira, non ci rimane che questo!